NUVOLE   BAROCCHE

 

 

 

Stava cercando disperatamente un ritmo di respiro, corto, veloce, perché le ultime boccate assetate d’aria avevano acuito il dolore straziandola.

Ogni poco tentava assurdamente un breve massaggio circolare; più spesso arrancava coi lamenti, supplicando un istante di tregua, un attimo di riposo un momento di possibile  abbandono.

Ma riprendevano le ondate di quella sofferenza così stridula ed unica, e lei, cui era  parso di essere già al limite del sopportabile, riprendeva a sbuffare, a farsi molle a quegli strappi, a farsi strozzare da singhiozzi e paura.

 

 

Lui era a pochi metri dalla vetta. Alle spalle ore ed ore di fatica al limite tra pura volontà, resistenza muscolare, scommesse folli, preghiere bestemmiate  e concentrazione.  Tanto forzate e prolungate da sconfinare nell’allucinazione: i polmoni costretti, il sudore prima scivoloso poi ghiacciato, dopo ancora fluido, a colare.  I polpastrelli ridotti a grumi di sensibilità carnosa, gli occhi stretti e abbacinati.

Un passaggio dietro l’altro, senza sognare, solo indovinando invisibili appigli, percettibili fessurazioni…E sù.

 

 

Di lei era rimasto uno striminzito nucleo di coscienza che caparbiamente riusciva a galleggiare nel dolore: boccheggiava, tra le saette e i tuoni del suo corpo, eppure si avvertiva inconcepibilmente viva.

E poi finì.

E mentre le pieghe del ventre, incredulo, si distendevano senza gemiti, lei se lo raccolse tra le dita, udendo l’acuto vagito stonato, incerto, poi ridicolamente prepotente.

Se lo pose, scivoloso e pulsante tra i seni, e mentre lo sguardo curioso aspettava di conoscere suo figlio, per un istante, uno solo, gli occhi  corsero alla finestra azzurra di cielo, nuotando tra le nuvole barocche, con un “ grazie “.

 

 

C’era!  Era lì!

Potente e fragilissimo.  Gigantesco e umile.  A quell’altezza vertiginosa cui tutto s’inchinava.

Era lì    fatto di sasso, d’aria, di sconfinata fantasia, di grandezza assoluta.  Di uomo e di dio.

E volava: con la vita, la pelle , i sensi, le ali della sua bravura d’angelo.

Volava , con la fortuna accanto, tra quelle nuvole barocche che lo sfioravano.

 

 

 

A FORNO DI ZOLDO, Elisabetta Negroni