Quando la laguna era blu

 

 

C’era una volta Venezia. Si, bambino mio. Vedi? Quello che ora il tuo, il nostro, sguardo abbraccia, sono i resti di un posto che è tutto ancora dentro di me, dentro chi ha vissuto in maniera diversa questa meraviglia di poesia ch’è stata Venezia, quando i principi arrivavano con la barca, quando i giardinieri si muovevano sul filo dell’acque, tra calli e ponti, per andare a curare i giardini di questa magica atmosfera che tutti vivevamo.

Vedi ora Venezia? E’ solo un museo, un galleggiante museo, un tempio di cultura dove nessuno vuole più vivere, dove i pochissimi abitanti che restano sognano con quella nostalgia che prende lo stomaco il loro tempo in quella che fu questa grande città, il loro tempo che fu, e quello della grande Venezia. Venezia: la regina. Venezia: stella tra le stelle.

Nessuno voleva quelle sopraelevate strade, tutte quelle strade che ora tu vedi sospese quasi in aria tenute su da fili invisibili…vedevan Venezia affondare, nessuno lo voleva. Han passato quelle cordate d’acciaio da montagna a  montagna, gli hanno dato una mano d’invisibilina, magico liquido che rende tutto invisibile, fornita dagli gnomi, han calato delle enormi travi, e ci han attaccato i ponti che tu vedi, lì, sospesi nel vuoto, e sotto ci siamo noi, viandanti adesso, turisti, in questo fantascientifico piccolo universo: un enorme arazzo sotto, antico; sopra il futuro.

Eravamo liberi, giocare per strada senza alcun tipo di pericolo se non il cadere nell’acqua, per questo imparavamo prestissimo a nuotare, c’erano tanti gatti per strada e ci divertivamo ad inseguirli, ad immaginare fossimo loro, a cercare i loro nascondigli, a farci il bagno in qualsiasi posto ci trovassimo…l’acqua era blu, di un azzurro che non ho mai più visto qui: dicevo così, che l’acqua era blu.

Durante uno dei nostri inseguimenti, una mattina di calda primavera, vedemmo un uomo con uno strano vestito, un frack, col cilindro, nonostante l’ora, con un cesto in mano. Eravamo un gruppetto di cinque o sei bambini, non andavamo ancora a scuola, avevamo circa cinque anni. Lo seguimmo, incuriositi più dal colore del suo cesto che per altro, su e giù per i ponti, avanti, avanti, sempre guardandoci attorno per cercare di ricordare la via del ritorno, ci allontanavamo di parecchio, sembrava a noi, forse perché eravamo piccoli, fino a che ci portò davanti ad uno degli spettacoli più belli che mai ebbi in vita mia: una gattina bianca coi suoi quattro cuccioli sulla scalinata della chiesa dei Miracoli. Incredibile come quelle creature avessero avuto modo di sopravvivere lì, noi bambini lo trovammo incredibile…e ci avvicinammo allo strano uomo per chiedere spiegazioni.

L’uomo ci chiese perché l’avevamo seguito fino lì, fingendo d’aver una burbera voce, che noi indovinammo dolcissima. Rispondemmo che ci aveva incuriosito il suo cesto: era di fine fattura e lui ci spiegò che era un regalo che gli era stato fatto da un amico che viveva in terraferma, avuto a sua volta da una donna che viveva in montagna  che costruiva i cesti con le sue mani.

Erano abbaglianti i gatti nella luce che il sole irradiava in quella tiepida giornata, col loro biancore sembravano annunciare a tutti noi che lì ci trovavamo la loro innocenza, la loro grazia.

Lo strano personaggio ci chiese che se fossimo stati capaci di mantenere un segreto ce ne avrebbe svelato uno; naturalmente noi confermammo subito che le nostre bocche sarebbero rimaste ben cucite, nonostante i nostri occhi aperti e le orecchie spalancate.

E cominciò Rubino, così si chiamava quello strano uomo, cominciò, trasformando il suo sguardo in sogno, trasformando i suoi lineamenti quasi, diventando di una dolcezza struggente: <<Ero un ragazzino come voi; vivevamo, con la mia famiglia, non tanto distante da qui e mi divertivo, con gli amici, a correre dietro ai gatti, a spaventarli, a far subire loro ogni genere di dispetti. Come sapete qui è pieno di queste bestiole, a quei tempi ancora di più. Era il nostro divertimento preferito, ogni minuto libero era occupato in questo genere di gioco, tale era per noi, nessuno ci aveva insegnato che erano azioni crudeli, eran tempi bui, eran tempi molto diversi da quelli che viviamo oggi, dappertutto s’assisteva a scene di sorpruso, viste adesso, che per noi eran normali anche se oggi farebbero rabbrividire.

Qui era tutto un traffico di gente indaffarata, di gente che lavorava, i turisti non avevano ancora invaso l’intera città, un nugolo di bambini dappertutto, liberi, che correvano, fermandosi a giocare nelle varie piazze e piazzette, i campi, che giocavano a tirare qualsiasi oggetto ai passanti, che non erano pochi, e a nasconderci facendo a gara nel chi era più bravo a combinarla grossa; insomma ci chiamerebbero dei ragazzacci al giorno d’oggi. Eravamo solo dei piccoli presuntuosi che dovevano passare il loro tempo e che se la prendevano con qualsiasi cosa in movimento ci capitasse sotto tiro.

Un bel giorno, ci trovavamo nel bel mezzo delle nostre usuali scorribande, ci si presentò davanti un gatto, proprio come questo che vedete qui, avrebbe potuto esser lui, era una sua nonna , che catturò la mia attenzione, tanto che lo seguii, e lui si fece docilmente seguire, fino a quel palazzo che vedete, girandosi ogni tanto, aspettandomi se andavo un po’ più lentamente, quasi fosse un messaggero mandato da chissà chi, a far chissà cosa.

Ecco, vedete quell’incredibile palazzo? Entrai senza paura alcuna, il gatto mi precedeva sempre, sentendo, ad un certo momento come un lamento, un lamento che si faceva sempre più udibile man mano che m’avvicinavo ad un determinato punto dell’enorme stanza che m’accolse al suo ingresso in quella casa. E il gatto sempre avanti. Fino a che sentii un ben distinto <<ciao, ecco ci siamo>>: Mi girai e rigirai, non vidi nessuno, solo il lamento si sentiva ben distinto, ora il gatto mi guardava con fare sicuro <<cosa ti succede? Hai forse paura?>> Lentamente si stava instillando in me la paura, che ci fossero i fantasmi lì dentro? Che qualcuno avesse voluto farmi uno scherzo? Che qualcuno volesse farmi del male? Se ne sentivano tante in giro, la mamma mi raccomandava sempre di star lontano dai guai, che il mio pessimo carattere mi avrebbe portato solo dispiaceri. Guardai impaurito il gatto che mi rassicurò <<si, sono io che parlo; qui dentro imparerai il linguaggio dei gatti che dopo interpreterai anche fuori da queste mura se lo vorrai>>.

Mi misi il cuore in pace e quel brivido di paura scomparve, lasciando posto ad un’immensa pace che fino a quel momento non sapevo cosa fosse.

<<Vieni con me>> fece il candido gatto <<facciamo si che la vecchia signora non si lamenti più, che il suo dolore sia lenito, cerchiamo di renderla felice>> e mi precedette aprendo una porta della grande sala. Qui sedeva la grande signora, la signora senza tempo, la Natura, invecchiata, dolorante, stanca. E qui ebbe luogo quello che sarebbe stato il mio impegno, l’impegno della mia vita per questa città.

Così parlò la grande signora <<Ciao, ho voluto che il mio messaggero ti portasse qui per dirti a che punto sta la nostra città, la nostra meravigliosa favola, che comincia ormai un lento tracollo, che cerca di restare a galla nonostante tutto, che cerca di vivere ma sarebbe destinata alla morte se qualcosa non facessimo. Abbiamo visto in te questo grande amore per la tua terra, la tua fervida intelligenza e fantasia, e nonostante le tue scorribande abbiamo pensato a te come salvatore di questo sogno, per te, per noi, per il mondo intero. Ti do in mano tutto ciò che ti serve per la sua realizzazione terrena, che tu sappia farne buon uso; le comunicazioni con me le chiederai al gatto qui presente, io torno nella mia isola, ma tornerò qui ogni tanto e Rebecca, la gatta, ci farà da tramite. Lei si metterà d’accordo coi gabbiani che voleranno sulla mia isola e mi avvertiranno di tutto. Ricordati che tutto verrà a suo tempo. Intanto cerca di studiarti la situazione>>.

Ero intirizzito dallo sgomento. Che voleva dire tutto ciò? Cosa poteva volere da me la grande signora, da me, un bambino come tanti? Avrei voluto dirle tutti i miei dubbi, farle tante domande, non ne trovavo il coraggio, sembrava così sicura del fatto suo la vecchia signora.

Mi offrì il tè con dei deliziosi pasticcini che lei stessa aveva preparato e, a quel punto, i miei dubbi sparirono, le domande per lei arrivarono, tutta la paura del futuro dissipata in quello stesso istante. Chiesi tutto e lei mi rispose esaurientemente su tutto, ribadendo di rivolgermi a Rebecca per ogni dubbio, che diventò la mia ombra, che dopo qualche giorno poté anche entrare in casa mia che era stata, prima d’allora, severamente vietata ai gatti.

Non mi restava altro da fare che accettare e preso il fagotto dei disegni e delle spiegazioni mi avviai, dopo aver salutato e baciato la signora, a casa. Qui misi tutto in un cassetto e cercai in me il coraggio per raccontar tutto ai miei genitori, per trovar le parole perché loro mi credessero.

Quando qualche giorno dopo parlai loro della cosa non se ne meravigliarono affatto: erano già informati di tutto! I miei occhi si riempirono di lacrime di felicità pensando la fortuna che mi aveva baciato e diventai subito un altro ragazzino, che prese ad aver rispetto per i genitori, che non faceva più dispetti ai gatti, che Rebecca adorò restando in casa con lui.

Lessi e rilessi i testi, guardai e riguardai i progetti. Andai a scuola di gran carriera compiendo miracolosi progressi, feci presto ad ultimare gli studi e mi misi subito all’opera.

Nel frattempo ogni giorno libero era dedicato ai sopralluoghi per trovare le montagne adatte, i punti adatti, i ponti, le strade e tutto quant’altro dovesse servire al progetto.

Arrivò l’agognato momento. Non ci volle nessuno sforzo a convincere politici, amministratori, quant’altri erano interessati allo scopo, evidentemente qualcuno ci aveva pensato prima alla cosa.

Cominciarono i lavori che durarono diverso tempo.

Rebecca, oltre i miei genitori, mi consolava sempre nei momenti più cruciali, mi dava sostegno nell’anima; ero ancora molto giovane, anche se deciso dalle motivazioni che ben conoscevo.

Ecco questa è la mia storia ma non ho ancora finito.

Quando l’opera grandiosa fu ultimata, ero diventato ormai un uomo fatto e i miei genitori sempre più vecchi, mi resi conto che non avevo mai avuto tempo per l’amore, che questo sentimento mai avevo provato per nessuna donna; strano ma vero. Nei miei spostamenti per trovare le montagne adatte conobbi la signora che confezionò questo cesto, che un amico ebbe da lei pieno di buone mele, di formaggi, di miele, di ognuno di quei prodotti che la montagna ci regala, e di una pigna dorata che per tutti quei lunghi anni mi restò impressa, e volli conoscerla.

Voi mi vedete qui adesso, Rebecca è morta da un pezzo, della sua stirpe son rimasti questi gatti che qui vedete, e vengo a dar loro l’arrivederci: mi reco dalla signore delle ceste, lassù in montagna, là dove parte il filo che tiene in piedi la Venezia del futuro, del nostro futuro. Questo non è un addio ai “miei” gatti ma un arrivederci; l’addio verrà, verrà domani. Quando guarderò da quella cima l’acqua del canale, quando vedrò che la laguna ridiventerà blu. Tornerò qui, dirò addio alla mia Venezia rituffandomi per l’ultima volta nel Canal Grande e tornerò per sempre dalla mia signora delle ceste. Lassù…>>

Un enorme arazzo sotto, noi, sopra il futuro.